Recensioni Libri

Jean-Georges Noverre
Lettere sulla danza, sui balletti e sulle arti (1803)
a cura di Flavia Pappacena, traduzione di Alessandra Alberti, Libreria Musicale Italiana, Lucca, 2011 (Chorégraphie. Ricerche sulla danza, 7)

Una nuova edizione italiana della Lettres di Jean-Georges Noverre (1727-1810) era quanto mai opportuna, tanto più perché sceglie un corpus di lettere doppio rispetto a quello finora tradotto. La prima versione nella nostra lingua non poté che limitarsi alle 16 lettere pubblicate da Noverre nel 1760: risale, infatti, al 1778 (pubblicata parzialmente nel 1794; il traduttore era Domenico Rossi). Ma la seconda, del 1980, avrebbe potuto includere anche le lettere aggiunte dal coreografo per le edizioni 1803-1804 o 1807, e invece si limitò anch’essa alle 16 del 1760 (Lettere sulla danza, a cura di Alberto Testa, Roma, Di Giacomo, 1980). Flavia Pappacena sceglie invece di far tradurre ad Alessandra Alberti il primo volume dell’edizione 1803-1804, composto da un primo tomo che riproduce le 16 lettere del 1760 (con alcune varianti, di cui la traduttrice rende conto in nota) e da un secondo con 20 nuove lettere. Completava la cosiddetta edizione di San Pietroburgo un secondo volume (escluso dalla curatrice della nostra edizione), composto dalle Observations sur la construction d’une nouvelle salle de l’Opéra, da altre lettere e dai “programmi” (i libretti) di 23 balletti di Noverre. La scelta di Pappacena è chiara: il primo volume pietroburghese espone il pensiero di Noverre in modo molto più completo che nel 1760, e al contempo non riorganizza il materiale delle lettere come avverrà nell’ultima edizione del 1807, quando «il rimescolamento di vecchio e nuovo conduce ad un insieme a volte contraddittorio (si pensi alla titolazione forzata di alcune lettere) e disomogeneo in cui il vecchio appare spesso un anacronismo, mentre il nuovo all’occhio dei contemporanei rischia di risultare già consumato» (pp. ii-iii).

La traduzione di Alberti è eccellente, sia per la precisione in cui viene resa la terminologia tecnica, sia per la scorrevolezza della lingua. La differenza con l’edizione di Testa è evidente già dal primo capoverso della prima lettera:

Noverre (pp. 1-2)   Testa (p. 21)   Alberti (p. 7)

La Poésie, la Peinture & la Danse ne sont, Monsieur, ou ne doivent être (1) qu’une copie fidelle [sic] de la belle nature (2): c’est par la vérité de cette imitation (3) que les Ouvrages des Racine, des Raphaël ont passé à la postérité […]. Que ne pouvons nous joindre aux noms de ces grands Hommes ceux des Maîtres de Ballets, les plus célebres [sic] dans leurs temps! (5) mais à peine les connoît-on; ce n’est pas néanmoins la faute de l’Art.

 

La poesia, la pittura e la danza non sono, mio Signore, o almeno non devono essere (1), che una copia fedele della bellezza nella natura (2); è per la fedeltà a quest’imitazione (3) che le opere dei Racine e dei Raffaello sono passate ai posteri […]. Che peccato non poter aggiungere ai nomi di questi grandi uomini quelli dei maîtres de ballets, i più celebri nel loro tempo! (5) Ma a mala pena li conosciamo; ciò nondimeno non è colpa dell’arte.

 

La poesia, la pittura e la danza, mio Signore, non sono e non devono essere (1) che una copia fedele della bella natura (2); è grazie alla autenticità di questa imitazione (3) che le opere di Racine e di Raffaello sono state consegnate ai posteri […]. Potessimo unire ai nomi di questi grandi uomini quelli dei maîtres de ballets più celebri di quel tempo! (5) Purtroppo li conosciamo appena: è forse colpa dell’arte? O forse è colpa loro? (6)


Se entrambi i traduttori scelgono, giustamente, di normalizzare l’uso delle maiuscole e di mantenere alcuni termini tecnici in originale (v. “maîtres de ballets”), Testa aveva un’aderenza forzata (1) e talvolta errata (5) alla lingua francese che Alberti sostituisce con una forma più agile che in alcuni casi è persino invasiva (6); ma che questo allontanamento parziale dal testo originale sia in funzione di una sua maggiore comprensione emerge dalla consapevolezza con cui la traduttrice rende la precisione della terminologia estetica settecentesca cui si riferisce Noverre: la “bella natura” è altra cosa rispetto alla “bellezza nella natura” (2; cfr. p. xiv), e il concetto di imitazione non può essere travisato (3: che senso avrebbe essere “fedeli a un’imitazione”?).

Tutto questo apparato concettuale ed estetico è illustrato con chiarezza e dovizia di riferimenti da Pappacena nei saggi introduttivi. Il pensiero del coreografo, ideatore del ballet d’action, viene inquadrato nella sua costante mediazione fra tradizione e modernità: alla tradizione del balletto barocco, astratto e geometrico, Noverre contrappone uno spettacolo basato sul concetto classico di imitazione, pur senza rinunciare all’apparato grandioso del genere; in secondo luogo, il balletto dev’essere «impressionante» (p. xiv), cioè colpire il pubblico a livello emotivo, e per questo deve rinunciare alle maschere e ai costumi che impediscono la gestualità e l’espressione facciale, ma al contempo Noverre è conscio dei limiti della pantomima e non rifiuta la danse proprement dite: «egli non intende escludere la danza dal balletto, ma ne propugna semplicemente un ridimensionamento e una sua finalizzazione e contestualizzazione» (p. xxvii; cfr. la Premessa di Noverre, p. 5, che riporto come saggio della limpidezza e della passione della sua scrittura: «Senza dubbio c’è una gran quantità di cose che la pantomima non può indicare, ma nelle passioni vi è un livello di espressione che le parole non possono raggiungere […]. È allora che la danza entra trionfalmente in azione. Un pas, un gesto, un movimento e un atteggiamento dicono ciò che nulla può esprimere: più i sentimenti che si vuole rappresentare sono violenti, meno si trovano le parole per descriverli. Le esclamazioni, che sono il limite ultimo a cui il linguaggio delle passioni possa arrivare, diventano insufficienti e vengono dunque sostituite dal gesto»).

Il pensiero di Noverre è opportunamente messo a confronto con quello di Louis de Cahusac (La danse ancienne et moderne ou Traité historique de la danse, 1754) e con le coeve riflessioni sulla recitazione, da David Garrick (che Noverre conosceva bene e cui dedicò vari passi delle Lettres e le lettere xviii-xix del tomo II; cfr. anche pp. xxviii-xxix), a Rémond de Saint-Albine (Le comédien, 1747), Jean-François Marmontel, Diderot.

Seguono una cronologia e un’appendice bibliografica così organizzata: testi di Noverre; edizioni moderne delle Lettres; biografie di Noverre; fonti; studi. Le pp. lix-lxi riportano i facsimili in bianco e nero di dodici figurini di Louis-René Boquet per i balletti di Noverre (un altro, a colori, è in copertina): il costumista ha reso tangibile l’ideale di “bel disordine”, quell’«elemento che conferisce credibilità al quadro vivente impedendogli di bloccarsi in una simmetria irreale» (p. xxx); ma anche nel campo dei costumi la modernità deve fare i conti con «le abitudini visive di un pubblico esigente, con le prassi vigenti in teatro, con il gusto dominante nelle arti visive il Rococò, con il lusso d’obbligo nei balletti» (ibidem).

Un punto debole del volume è la fase di revisione redazionale: un’ulteriore correzione delle bozze avrebbe probabilmente evitato al lettore la media di un refuso a pagina (nell’edizione vera e propria soprattutto sotto forma di continui doppi spazi). Qualche appunto merita anche l’imponente apparato di note: 190 su 37 pagine di saggio introduttivo. Molto più scorrevole sarebbe risultata la lettura se le note fossero state a piè di pagina piuttosto che in chiusura; alcune, invero, si sarebbero potute integrare nel testo, come la n. 42 di p. xli: l’impressione che si ha, talvolta, è che Pappacena sintetizzi forse eccessivamente l’esposizione per delegare a lunghe note informazioni di notevole interesse. A beneficio del lettore (e non per eccesso di pedanteria) segnalo i pochi errori nei riferimenti interni: nella n. 17 di p. xl l’indicazione corretta è p. 90 e non 91; la n. 20 di p. xliii si riferisce alla n. 15 e non 16; l’indicazione bibliografica della n. 89 di p. xlvi dovrebbe essere Cahusac, “Geste”, Encyclopédie; la traduzione del passo indicato a n. 124 di p. xlviii si trova a p. 89, n. 98. Utile sarebbe stato anche un indice dei nomi e dei balletti citati.

Compatibilmente con le politiche editoriali, sarebbe stato particolarmente apprezzato concepire questa edizione con il testo francese a fronte: se le edizioni del 1760 e del 1807 delle Lettres sono digitalizzate su Gallica e pertanto di facile accesso, questo non vale per quella del 1803-1804. La scelta è stata invece di pubblicare un secondo volume (la cui uscita è data per imminente, ma che compare già nell’appendice bibliografica) con i saggi di Pappacena in inglese e l’edizione francese di questo testo che, «oltre che manifesto estetico del riformato teatro di danza, [è] una ricchissima miniera di informazioni sul modo di procedere di Noverre nella concezione e nella strutturazione del balletto ed anche sulla creazione del suo stile mimico» (p. xiv).

(Federico Lazzaro)